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"Pioniere fu il passato, e chi lo rievocò"
Gli araldi del pianismo (ad ogni livello), come quelli di molte altre branche
del concertismo solistico, hanno oggi un compito assai arduo: quello di
contrapporsi al coacervo di fenomeni che, dall'esterno, tentano di insidiare la
dignità della musica come disciplina capace di un concreto apporto al bene
comune (in un contesto in cui l'etica è solo il cascame di una desueta
concezione dell'agire sociale, è ovvio che Platone ed una sterminata schiera di
suoi pari si trovino in torto nel rimarcare l'insostituibile potere formativo
della musica), e che dall'interno - non meno destabilizzantemente -, ne fanno
rilevare un effettivo svigorimento delle risorse comunicative: un'astenia che
affligge l'arte in genere (dopo più di 50 anni di avanguardie troppo
affascinate dalla "morfologia" linguistica per dare approdo ai
propulsivi empiti eversivi che la necessaria "funzione" del linguaggio
musicale ispirava ai loro progenitori) e non marginalmente l'interpretazione
musicale (dopo un conseguentemente lungo periodo di pressoché totale
stagnazione dei programmi concertistici).
Cosa proporre quindi, per dissipare -almeno in ambito concertistico- le
nebbie di questo stallo?
Simone Pionieri pare aver individuato il problema e
trovato una possibile soluzione nel precetto verdiano che recitava all'incirca
"guarda indietro e troverai il futuro": una dimostrazione s'è avuta
nel concerto tenutosi domenica 22 maggio presso la sala Maddalena di Monza ed
organizzato dall'Ass. Corona Ferrea.
In questo contesto il ventiseienne pianista milanese, già allievo di Edda
Ponti presso il conservatorio "G. Verdi" e noto in particolare per la
sua brillante ed assidua attività cameristica, ha proposto un 'doppio'
programma che, oggi in maniera quasi rivoluzionaria, effettivamente non fa che
riproporre un costume invalso da secoli e che solo dai primi decenni del '900 ha
incominciato a rarefarsi fino ad un rapido dissolvimento. Si allude al fatto che
Pionieri, dopo un esordio di programma variegatamente riferito ad autori della
tradizione concertistica (da Mozart a Prokofiev), nella seconda parte del
concerto ha dato la stura ad una serie di improvvisazioni su temi di Gershwin
conditi con ammiccanti inserzioni dal repertorio popolare contiguo.
Fare
click su questo link
per ascoltare la
registrazione "live" di "Gershwiniana", l'improvvisazione
finale del concerto.
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Quanto alla prima parte del concerto, l'ascendenza di Pionieri da una delle
scuole pianistiche più prestigiose d'Italia è stata percepibile nel grande
controllo esercitato sull'aspetto 'narrativo' delle partiture: la mozartiana
Fantasia in do min. K457 è risultata un'antologia poetica che, proprio
nell'esaltazione dei contrasti di carattere delle singole sezioni, si componeva
in un tutto reso organico dal pervasivo tono di incantata sospensione
(contemplativa nel lentissimo, distillato fluttuare melodico dell'introduzione;
soggiogata - e soggiogante - nella saettante impetuosità dell'inquieta penultima
sezione esordiente in sol min.); nel Grande Valse Brillante op. 18 di Chopin,
Pionieri ha poi regalato lo spumeggiante rigoglio di un'inesausto vorticare di
energia; poi metamorfosato nei sinistri presagi della cupa stentoreità in cui
è stato inscenato lo scontro tra Montecchi e Capuleti dal Romeo e Giulietta di
Prokofiev; e tripudiante nella trascinante limpidezza di una dionisiaca Isle
Joyeuse di Debussy.
Il caloroso successo che ha arriso a queste interpretazioni s'è ancora
accresciuto nella seconda parte, in cui il peregrinare improvvisativo di
Pionieri ha regalato una ghirlanda dei più noti temi gershwiniani ad un
pubblico ormai conquistato dalla sua straripante vis comunicativa. La nozione di
precedenti cimenti simili del pianista ha permesso di rilevare un sensibile
miglioramento nella gestione delle proporzioni formali e della coesione degli
accostamenti tematici. Da queste sessioni improvvisative scaturiscono infatti
miscellanee di motivi in cui il pianista profonde e partecipa l'uditorio di
tutto il suo trasporto nel dialogo con la tastiera, nonché dell'amore per la
musica di Gershwin, con cui condivide un innato, quasi rabdomantico senso della
propulsione semantica dell'armonia: la vera bussola di questi percorsi in cui
erraticità ed esplorazione si coniugano.
Pubblico acclamante... e tripudio in un finale in cui, parafrasando i
funambolismi rielaborativi horowitziani, viene sfoggiata una fantasia-variazioni
sul motivo Besame mucho: vertigine sul palcoscenico ed in sala!
Massimo Di Gesu
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