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link alla presentazione del
concerto
Giovani
rivelazioni e rivelazioni dei giovani
Molteplici sono i fattori che
rendono il presente scorcio di storia della musica italiana molto
più che magmatico per poterne descrivere le prerogative in maniera
anche solo auspicabilmente definita.
Spesso la dimensione del
disorientamento connota questo processo di ricapitolazione
culturale che, generalmente, il mondo occidentale sta vivendo
dopo varie generazioni di avanguardie ormai non poco svigorite
nel loro empito rivoluzionario (in quanto - nella maggior parte
dei casi - cristallizzate in un manierismo che le ha assimilate ai
movimenti nostalgici che avversavano: questi balbettanti i
residui di tradizione tonale pre-1950, quelli rimuginanti ad
oltranza i comandamenti darmstadtiani fioriti tra gli anni '50 e
'60).
Disorientamento nel mondo
dell'espressione artistica è spesso sinonimo di affettazione
artificiosa e inerzia comunicativa: il virus che negli ultimi
decenni molti hanno imparato a riconoscere, ma cui poche
costruttive alternative sono state trovate. E questo si deve
probabilmente al tabù della "storia" (da sempre
dispensatrice di preziosi suggerimenti per le più revulsive
innovazioni), quello stesso che ha imposto per decenni alla
musica del '900 di definirsi nuova, contemporanea, di
ricerca, forse semplicemente per eludere un paragone diretto
con la secolare tradizione d'epoca pre-darmstadtiana (in cui le
suddette qualificazioni - taciute in quanto tautologiche -
corrispondevano a categorie spesso di gran lunga più palpabili);
quello stesso tabù, inoltre, da cui comunque i giovanissimi
compositori d'oggi paiono sgravati, sia perché la
"storia" è ancora parte del loro processo di
formazione (estendendo alla dimensione educativo-culturale il
principio freudiano per cui l'ontogenesi ripercorre la
filogenesi), sia perché le avanguardie sono oggi, con il loro
corso semi-secolare e l'elevazione a istituzionalità accademica,
esse stesse parte integrante della storia.
Ebbene, la congiunzione tra la
sospensione storica di oltre 50 anni di sperimentalismo, il
momento di transizione-assestamento nelle neo-riformate
istituzioni educative, ed il soverchiante afflusso di
informazioni che l'era di Internet prodiga, pare aver determinato
in alcuni giovani una sorta di disinibizione linguistica che li
induce ad attingere con la voracità tipica di ogni sano istinto
(come quello espressivo) ad ogni portato di una plurisecolare
storia che, palpitante in quasi un secolo di discografia, viene
apparentemente scongelata dalla rimozione per essere
riconsiderata nel suo patrimonio semantico e verticalizzata come
perdurante e multilingue presente.
Un eloquente esempio di quanto
appena affermato si è avuto nel concerto di martedì 7 giugno
presso la Sala Puccini del Conservatorio di Milano, dove, sotto
gli auspici di Classica Viva, un gruppo di promettenti compositori
frequentanti il Liceo Musicale dell'istituzione verdiana ha
proposto all'ascolto di un nutrito pubblico l'esecuzione di una
serie di nuove creazioni in un evento intitolato "Nuovi
Scenari".
Nelle interpretazioni di
altrettanto validi allievi dello stesso Liceo (tutti pregevoli
nell'accurata preparazione dei brani), si sono ascoltati lavori
da cui trasparivano (e talora esuberavano) le più variegate
colorazioni linguistico-stilistiche (da vellutate lepidezze di
ascendenza francese pre-1960 ad effluvi di post-avanguardia), e
dove talora la ludica sfrenatezza dell'eversione stilistica è
giunta al limite della provocazione goliardica, davanti ad un
pubblico in cui qualche insegnante non nascondeva, dietro
l'atteggiamento ridanciano, l'identificazione degli impliciti
messaggi promananti dalle talora singolari operazioni proposte.
L'antologia
si apriva con i brani della diciottenne Carlotta Nicole Lusa che
in Intarsi di luce e in Impulsi, ha dipinto con
delicatezza di tratto due acquerelli musicali di apprezzabile
nitore formale, grazie ad una mano già sapiente nella concezione
strutturale del timbro, e a due versicolori ensembles (con tutte
le famiglie dell'orchestra rappresentate, tranne le percussioni)
condotti dalla sicura bacchetta di Simone Luti.
Nessun
direttore, invece, avrebbe mai potuto tenere a bada la
straripante vis satirico-istrionica di Luigi Palombi, che, ben
lungi da astrazioni gestuali e dall'auto-negazione dell'abbandono
al materiale, si è calato fisicamente nell'esecuzione prestando
voce a due sue 'pasquinate' a soggetto conservatoriale riunite
sotto il titolo di Una giornata particolare. In questo
lavoro (in cui si ammicca a Parini con uno spigliato pastiche
alla Milhaud) veniva affiancato con impagabile duttilità da due
pianoforti nel sottolineare le pungolanti allusioni ad alcuni
-notoriamente arrancanti- meccanismi della gloriosa istituzione
milanese. La sagacia di alcuni punti del citazionale collage
sonoro, nonché la simpateticità con i contenuti del lepido
testo, hanno suscitato una vera ovazione nel pubblico esilarato.
Nel segno dei contrasti seguiva
poi nel programma Au coeur de la nuit, del ventenne Marc o
Borroni: un brano di 'ombre baluginanti', in cui è esplicita la
ricerca di un personale idioma espressivo attratto dai percorsi
di un'atonalità dagli echi triadici, vista attraverso il nitore
sintattico di un Messiaen più che il rigore deterministico dei
coevi darmstadtiani. Dal vate francese viene mutuato l'imperativo
della melodia quale principio informatore del brano; principio
peraltro espandentesi in una pratica contrappuntistica già
discorsivamente funzionale, e a preziosismi d'orchestrazione
anch'essi orientati a definire la chiarezza narrativa della
forma. Il direttore Paolo Bressan l'ha esplicitata con
scrupolosità trasmettendola efficacemente ai vibratili talenti
del variegato sestetto (fl.-cl.-sax bar.-pf.-vl.-vc.).
Nella
seconda parte del concerto esordiva Diapositive arabesque,
un lavoro per soprano e ensemble (cl.-perc.-pf.-archi) di Brando
Spedicato. Il titolo fa riferimento alla tecnica di 'collezione'
del testo: una serie di frammenti dalla "Gerusalemme
liberata" di Tasso incentrati sul quesito che ha per oggetto
l'utilità ed ancor più la legittimità della guerra. La
dolorosa meccanicità di questo inguarito retaggio di inciviltà,
viene resa attraverso una melodia dalle regolari arcate spesso
caratterizzate da una monocromia ritmica riflessa, anche a
livello orchestrale, dalla tinta genericamente marziale del
brano, il cui testo non manca tuttavia di indugi contemplativi.
Incantatorio si è infatti rivelato l'apporto del soprano Laila
Neuman, stella di particolare fulgore nella pleiade dei già
apprezzabili musicisti dell'ensemble, tutti ispirati dalla
sensibile guida di Stefano Ligoratti.
Sensibilità
e accuratezza confermate poi nel brano successivo, La comédie
humaine, in cui il Ligoratti è stato doppio protagonista,
sia come direttore di un nonetto (di fiati percussioni e archi)
che come compositore. Il
'programma interiore' di questo lavoro (l'omonima ghirlanda
letteraria di Balzac) sarebbe ovviamente
bastato ad alimentare un intero ciclo operistico; l'autore però
ne distilla le coordinate dinamiche fondamentali che gli servono
a determinare l'organica geometria di un pezzo la cui francofila
limpidezza non si limita, quindi, solo ad una sintassi dalle
spiccate influenze poulenchiane.
Il sipario di chiusura è stato
infine affidato al lavoro di Dino Viceconte, una
Fantasia su temi noti in cui il fisico compiacimento
dell'immersione nel turbinante materiale motivico adottato si
traduceva nella sontuosa strumentazione, avvalentesi di un
ensemble nel cui rigoglio orchestrale (20 persone in
palcoscenico) svettava la 'brahmsofila' cavata del concertante
violino di Francesca Dego. Il brano ed i suoi protagonisti (fra
cui ancora il direttore Paolo Bressan) sono stati quindi salutati
da rinnovati applausi di tripudio, coronando una serata
dall'impeccabile organizzazione tecnica e dall'inequivocabile
offerta di spunti di riflessione.
Probabilmente, infatti, nei
brani ascoltati non vi sono ancora le risposte alle insolute
questioni ereditate dal '900: sicuramente, però, questi lavori -
e sorprendentemente, dato il contesto - sono il sintomo di un
decongestionamento da certo dogmatismo accademista (merito anche
dell'illuminata liberalità dei docenti), che con ottime
probabilità permetterà che le risposte vengano presto trovate.
Alle nuove voci esordienti, quindi, i migliori auspici per poter
compiutamente definire i "nuovi scenari" avvenire.
Massimo Di Gesu
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