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Un
Andaloro… da alloro!
Se “divertimento” è
l’atto di astrarsi da un sistema di convenzioni che ci porta a
percepire rivelatori ed arricchenti aspetti della realtà che nel
sistema di riferimento non rientrano, allora si può affemare che
i più riusciti eventi culturali a buon diritto sono fra le forme
più alte di divertimento: ed il concerto del pianista Giuseppe
Andaloro del 13 aprile scorso presso la Sala Verdi sicuramente
rientra in questa categoria.
Rivelatorio
non è stato tanto il virtuosismo del pianista (espressosi
peraltro in un funambolico dominio della tastiera) quanto il suo
prodigioso istinto musicale che, quasi rabdomanticamente, gli ha
permesso di giungere ad intuizioni che anche il più agguerrito
lambiccamento filologico non sempre realizza con uguale lucidità
e feconda di tale vividezza.
Il programma interpretato era il
terreno più fertile per tale traguardo, versatile in stile,
problematiche offerte, e risorse tecniche esplorate: dalla
trascrizione della Sonata in sol min. BWV 1001 di Bach, al
monumentale caleidoscopio meta-pianistico del Grosses Konzertsolo
di Liszt.
Nella Sonata di Bach (trascritta
da Sergio Fiorentino, che di Andaloro è stato maestro) si evince
subito come l'interprete non abbia a cuore l’accademica
questione del “trasferimento” (che qui avviene a livello
ancor più vistoso dell'ordinario raffronto
clavicembalo-pianoforte, essendo il pezzo originariamente scritto
per violino), bensì quella dell'organicità discorsiva (la
legittimità della trascrizione, d'altronde, è indubitabile
considerando la mole di proprie opere violinistiche che il genio
di Eisenach ha personalmente trascritto per tastiera -vedansi,
fra gli altri lavori, i concerti “per clavicembalo”-). Ed è
questo obiettivo che permette ad Andaloro di confermare Bach
nell'assolutezza del suo messaggio vitalizzando ogni cellula
della BWV 1001 dell’afflato di una naturalezza che prescinde
dalla contingenza della destinazione strumentale, rivelando della
cellula stessa la fisiologica consustanzialità (quasi per
metamorfica virtù) alla tastiera almeno quanto al violino.
Ancora più soggiogante la
successiva Sonata il Lab Magg. Hob. XVI:46 di Haydn, in
cui un tocco di vocale duttilità ricama ghirlande di note
pervase dal respiro di un rubato cangiante come rifrazioni di
luce su una goccia di rugiada, unica evocazione possibile per
metaforizzare la freschezza con cui è stato riconsiderato un
‘700 spesso condannato all’ossificante asetticità di
sovrastrutture e fraintendimenti ad esso successivi.
Se non bastasse C.P.E. Bach a
giustificare tale posizione, Andaloro consolida le ragioni della
sua scelta con la giustapposizione di Haydn a quel monumento alla
stilizzazione (ovvero denaturazione) dell’equilibrio di
classica ascendenza costituito dalla Toccata op.11 di
Prokofiev. Qui Andaloro, grazie ad un magistero tecnico di vigore
titanico e ad un controllo strutturale di evidente vocazione
drammaturgica, chiarifica i termini che differenziano la
categoria di classicismo dalla sua quintessenziazione
novecentesca attraverso la resa di un rigore e trasparenza
formale di perfezione tanto inesorabile quanto apparentemente
astratta. E l’astrazione è apparente proprio in ragione del
traguardo più notevole raggiunto da Andaloro in questo brano:
infatti, attraverso le dionisiache luminescenze di un tocco
sempre scevro da percussività e votato a carnalità di stentorea
possanza, riesce a trasfigurare lo scabro meccanicismo di quei
gorghi di note multiple arroventandone la Leger-iana
geometrizzazione al fuoco bianco di una mercuriale rapacità
degna del Dalì più visionario.
Il Liszt che segue è una
conferma dell’avvincente concezione ‘immaginifica’ nonché
‘teatrale’ della musica che il pianista siciliano dispiega ad
un pubblico ormai soggiogato: le Due Elegie divengono
visioni le cui armoniche iridescenze sono tessute da preziosismi
di tocco di liquida versatilità; ed il grandioso Grosses
Konzertsolo assurge a caravaggesco capolavoro di costruzione
strutturale attraverso il timbro, in cui lo shakespeariano
magnetismo dell’eloquenza narrativa si avvale di un
pre-raffaellita rigoglio di vibratilità figurale.
Il pubblico è in visibilio, e,
se qualche tratto horowitziano si poteva riscontrare
nell’illuminante impeto di Andaloro, l’antologia dei bis
tripudiantemente reclamati conferma un omaggio esplicito al genio
di Kiev. Infatti, tra l’effervescente arguzia di una Sonata
di Scarlatti ed un baluginante Et incelles di Moszkovskij
si incastona uno Studio op. 2 in do# min. di Skrijabin in
cui dall’orchestrale trama accordale si rileva incantatoria la
sottile asincronia delle due voci cantanti, una diffrazione
temporale di cui l’interprete fa la sintassi della veridicità
del sogno.
Massimo Di Gesu
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