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Gent.ma Dott.ssa Ines Angelino, il
problema che Lei opportunamente, appassionatamente, e senza
dubbio meritoriamente, solleva è davvero della massima
importanza in quanto a mio parere va a toccare il punto
nevralgico di una situazione di decadimento culturale oramai
cronicizzata in un'agonia più che preoccupante. Trattasi
del problema ormai annoso: come collocare (ma, soprattutto,
perché) nuove interpretazioni di brani più che sedimentati
nelle abitudini d'ascolto del pubblico anche meno
smaliziato, a fronte di una stratificazione di registrazioni
che sarebbe più che sufficiente a disorientare anche il
melomane più compulsivamente insaziabile? Andrei
per gradi introducendo altri due quesiti: 1.
quale ruolo ha il fenomeno dell'interpretazione a livello
artistico e sociale? Il ruolo è quello che la lega da
costituzionale rapporto di funzionalità alla categoria
della composizione, di cui è imprescindibile medium:
rapporto che è alla base della sostanza stessa delle musica
modernamente intesa. 2. può concepirsi una
floridità dell'attività interpretativa a fronte di una
comatosa subsidenza della composizione che, [mal-]celandosi
dietro capziosità accademiche, è sostazialmente latitante
- nei suoi frutti - dalla consapevolezza sociale da almeno
mezzo secolo? [non credo che nessuno di noi potrebbe
plausibilmente indicare pezzi della cosiddetta musica
contemporanea che costituiscano alle orecchie di un
ascoltatore medio il "colore sonoro" di un periodo
qualsiasi degli ultimi 50 anni] - Non credo proprio. 3.
quanto può durare, quindi, la prosperità di un sistema di
fruizione musicale basato sull'illusione di poter ruminare
ad libitum un patrimonio musicale remoto nel tempo [il
concertismo attinge i suoi tesori da autori quasi tutti
morti prima del 1950] spacciandolo per surrogato di una
"contemporaneità" che, per il rivelatorio
principio della denegazione [coda di paglia], è tanto più
nominalmente ostentata nella produzione delle avanguardie,
quanto più latitante nell'inconsistenza [linguistica e
artistica] dei prodotti delle stesse, ed ancor più
nell'immaginario degli appassionati di musica?
Dipende dalla necessità, capacità e volontà di
auto-illudersi delle persone: negli ultimi decenni, a quanto
pare, la soverchiante proliferazione di registrazioni dei
medesimi, onnipresenti, ammiratamente quanto [talora]
persecutoriamente-noti pezzi, ha incominciato ad indurre un
prevedibile senso di saturazione nei discofili (da cui le
avvedutamente compensatorie iniziative editoriali
distribuite tramite edicola, in cui interpretazioni di
pregio -tecnico ed artistico- superiore sono spesso
disponibili al 25% del prezzo dei negozi). Il
fenomeno del concertismo ha probabilmente tempi di
'reazione' lievemente più lenti, in quanto il rito del
concerto ripropone la vitalità di un evento cui la fissità
di qualsiasi registrazione non può paragonarsi (per ovvia
differenza dei parametri dell'offerta, a prescindere dalla
qualità dell'interpretazione immortalata).
Tuttavia è innegabile che, anche per quanto riguarda i
concerti, non si potrà chiedere a molte altre generazioni
di accostarsi alla bellezza attraverso l'artificiosa
operazione di riesumazione di un passato remoto... anche
perché, più il tempo passa, più dalla scenografia sonora
corrente [includendo in quest'espressione quasiasi prodotto
musicale di vasta fruizione, dalla musica da film alle
suonerie dei cellulari], scompaiono - data la sgomentante
sciatteria imperante - anche gli ultimi echi della gloriosa
tradizione musicale pre-Darmastadt che ancora [a differenti
livelli] nella musica leggera degli anni '60/'70, nelle
colonne sonore cinematografiche della grande Hollywood di
compositori come Steiner, Waxman, Korngold, Herrmann (o nel
fine artigianato di molti nostri musicisti, da Rota a
Cicognini, da Lavagnino a Piccioni), potevano trovare, per
quanto epigonali e ridimensionati, pregevoli e inoppugnabili
elementi di conferma e riconoscibile continuità: è ovvio
che, persi questi ultimi esempi di organicità linguistica
(condizione necessaria della bellezza in senso artistico),
il recupero di una sensibilità musicale a partire dalla
blasonata scipitezza dei brancolamenti di Nicola Piovani,
dagli ebefrenici biascichii simil-rap di Max Pezzali, o -
non meno verosimilmente - dall'ebbro culto di una
compiaciuta quanto grottescamente inerte ciarlataneria quale
si constata nella stragrande maggioranza delle boriose
emanazioni della musica contemporanea, sarà operazione di
"speleologia culturale" ben poco probabile per una
società che, comprensibilmente, sempre meno sente la
necessità di una ricerca (ed alimenta la speranza di un
approdo umanistico) nel contesto di una disciplina musicale
che, nelle sue manifestazioni correnti, ha ormai perso gran
parte del suo potenziale simbolico (possibilità di
bellezza). Tornando quindi
all'interpretazione 'immortalata': da un punto di vista
tecnico è poi possibile che un giovane solista sopravanzi
una mitologica gloria della storia discografica? A mio
parere è possibile, ma è altrettanto supremamente arduo.
Chiarisco: cosa propizia le differenze tra
un'interpretazione chopiniana di un Michelangeli e quella di
un Cortot? Innanzitutto (pur nell'ambito di affinità
percepibili a prescindere dalla reciproca stima), la loro
prospettiva di concezione dell'autore mutata dalle
differenti costellazioni musicali - a loro contemporanee -
nel cui ambito si trovavano ad agire.
Cortot era connazionale e coevo di Debussy e Ravel,
Michelangeli di Casella, Petrassi e Dallapiccola, nonché
interprete [in gioventù] dell'anch'egli coevo Schoenberg:
disquisire circa il grado di influenza delle due differenti
posizioni geografico-culturali sui coni prospettici che
hanno contribuito a creare sul romanticismo chopiniano è
possibile... escludere queste influenze è, invece, forse
improponibile: l'interprete non è semplicemente esecutore
(traduttore di segni), esprime la relazione con una realtà
di cui il suo pensiero è elemento di vitale respiro. E
quali sono, oggi, i compositori (a livello planetario) di
paragonabile forza gravitazionale tale [per valore artistico
ed incidenza intellettuale] da influenzare fino ad
impregnare l'atmosfera culturale in cui un solista agisce,
condizionarne il pensiero musicale, e di conseguenza la sua
visione del passato?
E, ancor più clamorosamente, quali sono le acquisizioni del
repertorio di un pianista nato negli ultimi 50 anni -
rispetto a quello di un qualsiasi solista nato all'inizio
del '900 - tali da anche soltanto variare la sua concezione
dell'approccio alla tastiera (in termini di strumentario
tecnico, articolazione e fraseggio, strategie di resa
formale) rispetto a suoi colleghi di generazioni precedenti?
[come avveniva per i coevi di Beethoven nei riguardi di
quelli di Clementi, dei contemporanei di Debussy nei
riguardi di quelli di Liszt, dei Bartokiani nei confronti
degli Scriabiniani, ecc.]. Insomma, di quali
imprescindibili traguardi artistici plasmanti l'odierna
realtà musicale rispetto, ad esempio, agli anni '70, un
interprete dovrebbe farsi - anche inconsciamente - araldo
nelle sue riproposizioni del repertorio di tradizione?
In poche parole, se l'attuale evo cultural-musicale è
congelato in una pluridecennale letargia produttiva [invano
dissimulata da un annaspante fervore sedicentemente
'avanguardista' che a tutt'oggi si è provato solo
"croce e sevizia" di chi, per varie ragioni, è
stato ed è tuttora occasionalmente costretto ad eseguire o,
da ascoltatore, a tollerare certi amorfi coacervi sonori
capziosamente e tautologicamente spacciati per 'musica di
ricerca'... come se Webern, Strawinsky, Mahler, Brahms, ecc.
fossero stati degli infingardi emulatori], e se il
repertorio di un pianista nato nel 1980 non è
sostanzialmente differente da quello di un pianista nato nel
1920, in base a quale arcano (= favolistico) concetto di
genio, l'odierno giovane interprete (per quanto
straordinariamente attrezzato tecnicamente ed
intellettualmente: caso oggi più frequente di quanto già
si speri) dovrebbe poter dire qualcosa di così
rivoluzionariamente differente dai suoi gloriosi
predecessori, di tanto differente da potersi considerare
sostanziale contributo alla dilagante mole di registrazioni
già stratificate a partire dagli albori del '900? [anche
perché il viatico musicale offerto dal presente è uno
solo: le interpretazioni (di un repertorio storico)...
quando non ne scaturisce un 'sagace e reverente manierismo'
(interpretazione di interpretazioni) è difficile eludere il
pericolo del mero plagio]. La domanda è
ovviamente retorica e le vie d'uscita non sono molte: una
soluzione potrebbe essere effettivamente quella di ripiegare
su un repertorio finora oscuro da 'rivalutare'... ma, oltre
ad essere operazione in cui soltanto recidiverebbe
l'aspirazione ad una nostra adozione da parte del passato,
porterebbe anche a farci fronteggiare il paradosso (una
volta riesumati gli effettivi 'tesori sommersi') di un
ripudio della produzione a noi contemporanea per andare a
dissotterrare lavori già a loro volta accantonati dai
nostri bisnonni come, già allora, inessenzialmente
convenzionali (si muterebbe, fino a capovolgerlo, il
concetto stesso di arte: non più ricerca del bello, ma
elezione del passato ad accademico paludamento del
presente... con i risultati prevedibili a livello di
pubblico, in quanto a nessuno sfuggirebbe la differenza tra
l'Imperatore di Beethoven ed uno qualsiasi dei concerti del
coetaneo J. B. Cramer).
Una risposta più costruttiva, penso, sia
stata invece già perspicacemente offerta proprio da Lei con
il Suo sito, in una pratica soluzione che elude qualsiasi
vana cavillosità dialettica: favorire la produzione di
nuovi pezzi, per creare un repertorio che possa costituire
auspicabile nutrimento di viva, cioè vera contemporaneità
(e quindi trasformazione rispetto al passato) per le
generazioni di musicisti e musicofili d'oggi... in realtà,
per limite personale, non conosco alcuno dei compositori che
il Suo sito supporta, ma cercare di ampliare le possibilità
di creare un panorama sonoro dell'oggi è a mio avviso
l'unica via per far pulsare linfa nuova anche nella
dimensione interpretativa, e soprattutto (il che
risolverebbe la questione "progetti delle case
discografiche") riverginare un rapporto con il passato
che è ora, ineludibilmente, condizionato dalla situazione
di 'orfani di presente' che da decenni tutti vediamo
perpetuarsi. Complimenti quindi per la Sua
opera di divulgazione, e cordiali saluti. Diogene
Filarmo
[Egidio Simpliciano Trimalzio de Rivaltrona Summas]
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