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[ Sali al livello sup. ] [ J. S. Bach e la matematica ] [ La musica dodecafonica ] [ Temperamenti a confronto ] [ La musica classica e il film muto ] [ Storia del Valzer ] [ Editoriale - ottobre 2005 ]
di
Massimo Di Gesu
Pubblichiamo
qui un interessantissimo saggio scritto in origine come
introduzione al CD organistico (Marcon - Scandali)
pubblicato dalla germanica Motette Ursina Psallite, per
gentile concessione dell'editore e dell'autore
"[...]L'equi-giustificazione
livellante dei suoni [...] subentra nei tasti del pianoforte
come mezzo d'aiuto per il rafforzamento dell'ambito tonale,
ma in nessun modo è costituente essa stessa l'ambito
tonale".
E'
proprio uno degli autori di cui si fregia la nostra
antologia di brani a firmare questa frase apparentemente
criptica ma, in effetti, esprimente solo una 'rivelatoria
contraddittorietà' per quanto riguarda uno degli aspetti più
interessanti di questa proposta discografica: trattasi
infatti di un passo dalla Unterweisung im Tonsatz
[Regola del Comporre] scritta nel 1937 da Paul Hindemith.
Chiarendo
innanzitutto i termini della questione cui Hindemith allude,
si identificherà nella equi-giustificazione livellante
dei suoni la prerogativa distintiva del temperamento
equabile.
'Temperamento', molto sinteticamente, è il
criterio in base a cui vengono accordati i vari gradi della
scala in uno strumento a suoni fissi (generalmente quelli a
tastiera o a pizzico). L'accordatura di uno strumento
fondata sul rigoroso parametro di un intervallo naturale
(scala naturale) dal punto di vista pratico si era da sempre
rivelata fonte di svariate piccole incongruenze di
intonazione sia per quanto riguarda l'ordinamento dei suoni
nell'ambito della scala di riferimento (fra le più evidenti
la differenza tra tono maggiore -Do/Re- e minore -Re/Mi-)
sia, ancor più, per quanto attiene alla proiezione della
scala in questione su altri gradi (nel caso di modulazione)
ove le lievi distorsioni di partenza si moltiplicavano fino
a determinare l'inutilizzabilità di molte combinazioni
intervallari. Per ovviare a questi inconvenienti si sono
dovuti modificare, ovvero 'temperare' gli intervalli della
scala naturale, al cui scopo vari criteri di accordatura
sono stati adottati nel corso dei secoli.
Uno
di questi è il mesotonico, così detto per il
caratterizzante riassetto della nota mediana (ad es. il Re)
originariamente separante tono maggiore e minore, che in
questo temperamento è collocata simmetricamente rispetto a
Do e Mi, così eguagliando i due toni identificati dalla
sequenza delle note in questione. Questo temperamento, già
illustrato da Zarlino nel XVI sec., è stato il più diffuso
fino a tutto il '600 [ed è fra l'altro lo stesso in accordo
al quale è stato costruito l'organo Zanin su cui sono stati
eseguiti i lavori di Frescobaldi e Pasquini della presente
silloge].
Il
mesotonico aveva il vantaggio di mantenere pura (naturale)
l'intonazione di alcuni intervalli, ma, a fronte di questo
pregio nell'ambito delle tonalità di uso più frequente, le
rimanenti risultavano pressoché impraticabili a causa delle
irrisolte distorsioni di altri intervalli includenti tasti
neri.
Altri
temperamenti sono quindi seguiti parallelamente
all'evolversi dei processi modulativi: quello concepito dal
M° Giancarlo Bardelli per l'organo Metzler (su cui, nella
raccolta qui presentata, sono stati eseguiti i brani di
tutti gli altri autori non citati in precedenza) compendia
le prerogative di alcuni criteri di accordatura
tardo-barocca in cui, se - come nel mesotonico - l'ordine
degli intervalli di una data scala non si ripete esattamente
immutabile (è ovvero ancora inequabile), è comunque
già realizzabile l'utilizzo di tutte le tonalità
configurate dalla successione dei 12 semitoni (ed allo
stesso tempo di ogni scala è conservato un distintivo
profilo, che è alla base di quella simbologia espressiva
che ancora connotava le differenti tonalità nella
concezione di Mozart o Beethoven).
Il
sistema temperato cui allude Hindemith (quello ancora oggi
in uso) deriva essenzialmente da un'ulteriore e definitiva
radicalizzazione dei criteri di accordatura del barocco:
l'ottava viene suddivisa in 12 semitoni esattamente eguali
(egualmente livellati, parafrasando Hindemith), da cui la
denominazione 'temperamento equabile'. Questo sistema già
formulato da Werckmeister nel 1691 (e che non è da
confondersi con il 'buon temperamento' dei 48 Preludi e Fuga
di Bach, più verosimilmente identificabile in uno dei vari inequabili
dell'epoca) si diffonde nel '700 inoltrato (e si
consolida come esclusivo solo dopo la metà XIX sec.) per
favorire le diversioni modulative invalse con il
consolidamento della tonalità... di cui però, con evidente
paradosso, tradisce il fondamento teorico che si vuole
identificato dal fenomeno dei suoni armonici, in quanto
l'equiparazione dei 12 semitoni ha come conseguenza la
deformazione (più o meno accentuata) di tutti gli
intervalli - tranne l'ottava - rispetto ai corrispondenti
naturali derivabili appunto dal fenomeno delle parziali
armoniche.
Questa
è la contraddizione cui Hindemith allude nella frase
d'esordio, ed è rivelatrice di quanto la questione dei
temperamenti contribuisca
1)
a dissolvere le brume sulla percezione della grammatica
sonora -e delle sue riverberazioni a livello estetico- di un
repertorio lontano nel tempo; si pensi soltanto alla
fisionomia di un tema cromatico come quello del Ricercare
dopo il Credo dai "Fiori Musicali" di
Frescobaldi: abissale la discrepanza tra il fluido effetto
di una sua esecuzione su uno strumento a temperamento
equabile e quello, di scabra icasticità espressiva,
risultante da uno ad intonazione mesotonica;
2)
a chiarificare il flusso di trasformazione dei linguaggi
musicali come un processo in cui la fase di sviluppo ed
espansione di un elemento linguistico-espressivo è subito
incalzata dal contrasto dello stesso con i suoi principi
teorici di base (o che si suppongono a posteriori esser
tali), come in una sovrapposizione di diastole e sistole di
fenomeni non omogenei ma confluenti... quasi un 'paradosso
progressivo'.
Cercando
riscontro delle modalità con cui questi punti si
estrinsecano nel nostro versatile programma organistico, ci
imbattiamo in quello che è il primo nome (anche in ordine
cronologico) della nostra teoria di compositori: Girolamo
Frescobaldi (Ferrara, 1583 - Roma, 1643).
Organista
dalle prodigiose doti di improvvisatore (oltre che meramente
tecnico-digitali), ancora nell'800 il Baini ne magnificava
la figura riportando lo straordinario evento che costituì
la sua prima esibizione a San Pietro (dove fu poi lungamente
attivo presso
la Cappella Giulia
) alla quale entusiastico accorse un pubblico di non meno di
30.000 persone. Formatosi alla scuola di Luzzasco Luzzaschi,
concepì una vasta produzione in cui non sono assenti
contributi alla letteratura vocale, anche se la sua
grandezza si manifestò principalmente nelle opere per
strumenti a tastiera, che, crogiolo di svariate influenze
stilistiche rielaborate in un idioma di rara versatilità
espressiva, per più di un secolo furono capitolo
imprescindibile della formazione di qualsiasi esecutore di
strumento a tastiera (ancora J. S. Bach usava ricopiarle,
nel suo periodo di apprendistato, come esempi di eccellenza
compositiva).
Piuttosto esauriente è il dispiego delle
caratteristiche della sua arte che traspare dai lavori qui
presentati.
La Toccata
quarta per l'organo da sonarsi alla levatione e
la Toccata
quinta sopra i pedali per l'organo, e senza
sono entrambe tratte dal II Libro di Toccate (1627);
accomunate dalla specifica destinazione organistica
presentano (pur nella differente concezione espressiva: la 'Toccata quarta'
è, nel II Libro, una delle due sole
elaborate in funzione liturgica) simile evoluzione formale:
un iniziale bagliore accordale viene increspato da brevi,
fibrillanti trilli, che profilano, come per abiogenesi,
elementi melodici i quali, per l'incessante processo di
micro-variazione cui sono sottoposti nelle varie sezioni che
si susseguono, originano figurazioni proiettate nella
progressiva intensificazione espressiva di ogni loro
parametro (scalarità che si espandono in arpeggi,
scorrevoli quartine che si contraggono in sincopi, fluidi
nastri diatonici 'accidentati' da tortuosità cromatiche,
ecc.).
L'estrema naturalezza con cui ogni elemento
confluisce nel successivo, supportata da una rara capacità
di far germogliare ogni armonia nella più florida (e
funzionale) pronuncia ritmica, è prerogativa che si ritrova
anche nella Canzona terza (sempre dal II Libro
di Toccate), la cui la rigogliosa trama contrappuntistica
lascia trasparire l'ascendenza dal modello della chanson
ormai solo nel profilo ritmico della testa del tema (lieve
variante del tipico incipit dattilico), che viene disaminato
in un caleidoscopico carambolare di variazioni
metrico-melodiche.
La cristallizzazione della prospettiva
temporale operata dall'onnipresente principio della
variazione si rivela quasi equivalente di un 'diacronico' trompe
l'oeil nel rutilante capriccio intitolato Bergamasca
(in origine una canzone in tempo binario basata sullo schema
della ciaccona) il cui tema Frescobaldi fa divenire
inesauribile fonte di un tripudiante proliferare di
invenzioni e manipolazioni contrappuntistiche in quello che
è uno dei pochi pezzi profani dei mirabili Fiori
Musicali (1635). In questa raccolta la fluida eloquenza
della sintassi di Frescobaldi, parallelo strumentale dei
portati della seconda pratica monteverdiana, si
conferma cifra diacritica di uno stile che attingeva con la
suadenza di una sovrana forbitezza a tutte le risorse
linguistiche di cui la coeva realtà musicale pulsava, anche
nell'ambito di quel cromatismo di cui, se non febbrilmente
assiduo quanto Gesualdo o M. Rossi, il compositore ferrarese
si rivelò più volte sagace plasmatore; come nel caso del
già citato Ricercare dopo il Credo (dalla
Messa della Madonna), in cui le asperità semitonali del
temperamento mesotonico conferiscono al secondo inciso del
tema ed alle 'escoriazioni' armoniche che ne derivano nel
corso del brano la pregnanza immaginifica di una meditazione
sulle sofferenze della Passione, che la scorrevolezza
dell'eloquio rileva in vigore drammatico.
A
chiarimento e conferma del punto 2) di cui sopra, è
interessante notare come nella storia della musica questo 'figurativismo'
si presenti dapprima come coloritura madrigalistica del
sintagma (fino a Gesualdo), fino ad espandersi in elocuzione
musicale che non solo informa l'impianto strutturale tutto (Monteverdi)
ma viene traslata con Frescobaldi in ambito strumentale
(perdendo in sostanza il nesso linguistico che ne
giustificava gli atteggiamenti) divenendo, insieme
all'influenza della musica da ballo, uno dei fattori che
solleciteranno la definizione di articolazioni sintattiche
che si polarizzeranno presto nella dinamica T-D.
La
moltiplicazione dei parametri interessati da questa
espansione sintetizzante (dal dettaglio morfologico
all'ambito sintattico) è latrice di una contraddizione o
'paradosso progressivo': la parola, alla base delle
innovazioni della seconda pratica monteverdiana (al
crepuscolo della modalità), diviene ispiratrice di una
discorsività puramente musicale che nel XVIII sec. troverà
la sua più fulgida espressione nella 'assoluta' dialettica
della forma sonata, nell'ambito strumentale per antonomasia
["paradosso...], ed in pieno contesto tonale [...
progressivo"].
Esponenti
della fase di transizione che consoliderà l'elocuzione
frescobaldiana nel sistema di equilibri gravitazionali della
tonalità sono, nella nostra antologia, Pasquini e Storace.
Bernardo
Pasquini (Pistoia, 1637 - Roma, 1710) fu notissimo virtuoso
di strumenti a tastiera, ed in questa veste fu al servizio
del principe Borghese, oltre che oggetto di ammirazione da
parte di alcuni dei sovrani più potenti d'Europa (Cristina
di Svezia, Luigi XIV, ecc.). Come compositore, nonostante
fosse stato allievo di uno dei più grandi operisti del
tempo (Marcantonio Cesti) e avesse in effetti dato anche un
cospicuo contributo al genere teatrale (15 sono le opere a
sua firma), si segnalò eminentemente nell'ambito
strumentale quale prosecutore dell'eredità frescobaldiana e
precursore del genere sonatistico scarlattiano. Della prima
qualità è evidente espressione
la Toccata
in la minore che, tranne che per la netta
articolazione strutturale determinata dalla sezione centrale
(tema 'triadico' in ritmo di peone di 4^ specie), di
Frescobaldi presenta tutte le prerogative di un florido stylus
phantasticus improntato ad una respirante traduzione
ritmica delle tensioni armoniche, e ad un fluido
trascolorare degli episodi attraverso una metamorfica
tecnica della variazione.
La Pastorale
è un pezzo in due sezioni di cui la prima -a mo' di
introduzione- descrive, con la carezzevole ondulatorietà
del suo melodizzare, quasi una mappa armonica del suo
seguito, che si segnala per il giubilante, quasi garrulo
piglio conferitole dal compiaciuto indugio sulla relazione V
- I grado (anche a livello melodico, quando non presente nel
basso). Nelle bipartite Tre Arie si assiste
poi ad una riverberazione di questa aurorale gravitazione
tonale nella definizione, anche a livello fraseologico, di
una simmetria metrica (tranne che nella terza aria) che
conferisce alla melodia una leggiadra persuasività
d'accenti di tipo quasi declamatorio.
Quanto
a Bernardo Storace (XVII sec.) molte sono le lacune di
notizie che ne sfocano il profilo biografico. Fra i pochi
dettagli noti sono quelli presentati come introduzione
all'unica sua raccolta pervenutaci dal titolo Selva di
varie compositioni d'intavolatura per cimbalo et organo (1664)
- salutata da Willy Apel come un monumento dell'arte
compositiva della scuola italiana meridionale - in cui il
compositore è indicato come 'vice maestro di cappella del
Senato della città di Messina'. La sua opera generalmente
fa riscontrare prerogative di mediazione tra il lascito di
Frescobaldi e di Pasquini: specificamente a queste
caratteristiche risponde l'Aria sopra
la Spagnoletta
che, oltre ad utilizzare l'omonima melodia popolare
già utilizzata da Frescobaldi in uno dei suoi Capricci del
1624, del maestro ferrarese eredita una pervasiva (e
progressiva) tecnica della variazione, che nelle sei sezioni
che articolano la composizione investe il modo e moto
melodico (2^ parte), il profilo ritmico (tema in ritmo
giambico nella 3^ e 4^ parte), e la natura della
strumentazione (da accordale a scalare nella 5^ e 6^ parte).
Ancora rivelatorio della predilezione per la forma di
variazione è il Balletto in cui viene esibita
un'ancor maggiore raffinatezza della scrittura strumentale
di chiaro influsso clavicembalistico (la sua quarta sezione
è incunabolo del medesimo stereotipo che Bach utilizzerà
nel Preludio in Do# Magg. dal I Libro del Clavicembalo
e nella Variazione 20 delle Goldberg). Ed in questa
composizione si palesa un'altra caratteristica di cui è
evidente ispiratrice l'arte frescobaldiana: quella di
un'accuratissima cesellatura del tema in cui ogni impulso
ritmico si materializza in un moto intervallare di
consustanziale coerenza cinetica, in un complessivo sistema
morfologico-sintattico di ammirevole equilibrio
architetturale. Medesimo pregio connota il propulsivo tema
del Ballo della Battaglia (brano
originariamente concepito per cembalo, anch'esso basato su
una melodia popolare) che stavolta però dà avvio ad una
composizione di esuberante smagliantezza fonica divisa
sostanzialmente in tre parti, nella cui seconda, ospitante
una letterale citazione del tema, si può quasi rinvenire
una larvale idea di sviluppo di tipo sonatistico. Da notare
che questi ultimi tre lavori vedono accentuate le
intrinseche qualità 'elocutorie' della loro sintassi da un
sistematico ricorso a moduli dialogici che,
nell'interpretazione qui proposta, sono a loro volta
esaltati da un'esecuzione a due organi battenti.
Rispetto
ai due precedenti autori, più ampio è il respiro narrativo
che si dispiega, a barocco inoltrato, nell'opera di Vincent
Lübeck (Land Wursten, 1654 - Amburgo, 1740). Organista
impegnato dapprima presso la chiesa dei S. Cosma e Damiano a
Stade e, dal 1702, alla chiesa di S. Nicola di Amburgo, fu
capace di un virtuosismo che venne decantato dal Mattheson
come "impossibile da esaltare oltre alla fama che già
s'era conquistato", e che esorbitava anche dall'ambito
prettamente esecutivo in una conoscenza meccanica dello
strumento che gli guadagnò rinomanza come consulente per la
costruzione di alcuni fra i più importanti organi tedeschi.
Questa intrinsecità con lo strumento è rispecchiata dalla
sua scrittura che, ricca dell'influsso di Buxtehude, è
improntata ad un'essenzialità di tratto che magnifica la
portata espressiva di qualsiasi risorsa virtuosistica di cui
doviziosamente sono intessuti i nove lavori di lui
rimastici. Fra questi, il tripartito Praeludium in re
minore è un esempio di solida architettura
gestual-drammaturgica, in cui lo stereotipo della
composizione a carattere improvvisativo acquista, come negli
altri suoi praeludia, un rilievo strutturale che ne
giustifica la considerazione di ponte tra il precedente
lascito nord-germanico e la toccata bachiana. Precorritrice
di Bach, ad esempio, è già la sub-epidermica rete di
relazioni e germinazioni tematiche che lega lo slancio
iniziale (negli ambiti melodici descritti dal recitativo che
lo costituisce) al tema di fuga, che sintetizza quel
percorso in una linea che ispirerà sia Bach (Fuga in la
min. dal II Libro del Clavicembalo) che Mozart (fuga
del Requiem), e la cui caratteristica della nota
ribattuta è anch'essa desunta dal tremolo finale della
frase d'esordio del pedale. Ma ancor più notevole, in un
contesto armonico di austera parchezza (la stessa fuga è
costituita dal susseguirsi di ben 5 esposizioni sempre nella
medesima tonalità di re min.), è la pregnanza drammatica
ottenuta dalla scolpitura del tempo con il ricorso quasi
esclusivo alla vividezza del gesto strumentale (di versatile
virtuosismo).
L'esaltazione
dell'icasticità gestuale quale elemento
espressivo-drammaturgico abbandona in Johann Sebastian Bach
(Eisenach, 1685 - Lipsia, 1750) l'ascetismo linguistico di Lübeck
(quasi emanazione dei bi-dimensionali giochi d'opposizione
delle architetture gotiche entro cui nasceva), per
sostanziarsi della fantasmagoria polidimensionale di
caravaggeschi giochi di luce e holbeiniani funambolismi
catoptrici, tutti convergenti e trasfigurati in un barocco
in cui "artificio" è sinonimo di
"speculazione". Speculazione intesa come processo
di neutralizzazione del mascheramento sensibile della
sostanza nella realtà, ovvero nell'accezione di "rispecchiamento"
del sè oltre il sè a fine di scandaglio, cioè metafora di
quel rapporto tra soggetto e soggetto (compositore-interprete-pubblico)
che determina la conoscenza come "cum-scientia",
cioè percezione comune di un'altrettanto comune/universale
dimensione: in questo perseguimento/traguardo la religiosità
di Bach coincide con il vertice artistico di cui il suo nome
è epitome, divenendo olimpica meta di una corrente
ascensionale che, oltre al vederlo come culmine della
cultura polifonica rinascimentale e di una pluralità di
stili coevi (italiano, tedesco e francese), vi ha fatto
convergere gran parte dei capitoli della storia della musica
occidentale dei secoli a lui successivi.
E'
questa speculazione che dischiude le allegorie della realtà
per farne scaturire palpitante senso che informa ogni
processo costruttivo bachiano, che trasforma qualsiasi
materiale o tecnica in un quesito da cui germogliano le
multiformi soluzioni del respiro artistico. In questo alveo
scorre il miracoloso elisir creativo da cui traggono linfa
sia lavori quali il breve Preludio-Corale BWV 709 sia la
magnificente Fantasia e Fuga in sol min.
Herr
Jesu Christ, dich zu uns wend' BWV 709 è
un tipico tributo dell'arte della variazione bachiana al
repertorio del corale invalso nella tradizione tedesca quale
supremo -e corroborante- viatico di una scienza elaborativa
che, culminante nel Kantor di Lipsia, affonda le radici
nella Riforma di Lutero e pervade del suo influsso il
Romanticismo tutto fino al XX secolo (famosi gli esempi di
Berg nel Violinkonzert - 1935 - e Hindemith nella
Sinfonia Mathis der Maler - 1938 -). La floridissima
ornamentazione di cui Bach veste la melodia originaria si
avvale di quella sagace confluenza di ritmo e armonia già
riscontrata in Frescobaldi (ed ereditata attraverso il di
lui allievo Froberger) che fa germinare un denso tessuto
polifonico di palpabile vibratilità la quale, accentuata
dall'ardore contemplativo del brano, pare voler vivificare
della sua dinamica a-verbale immagini ulteriori a quelle
latenti nella melodia in virtù dei suoi echi testuali.
Prodigiosamente,
sebbene nell'incomparabilità delle proporzioni, il
monumentale affresco della Fantasia e fuga in sol min.
BWV 542 pulsa dello stesso fremito cellulare che
anima la miniatura appena considerata. Le due parti del
lavoro in questione nascono in momenti successivi ed
alquanto differenti sono le loro prerogative di superficie,
ma tutt'altro che discrasia scaturisce dal loro
accostamento.
La Fantasia
fu apparentemente composta nel 1708 (come il Corale BWV 709)
ed è caratterizzata da una visionaria foga coloristica che
si manifesta sia nell'accezione armonica di un cromatismo
febbrile, sia in quella drammaturgico-narrativa di un
pirotecnico turbinio di figurazioni che vanno a comporsi nel
(dissimulato) rigore di una bipartizione scandita da un
contemplativo episodio a carattere fittamente imitativo (la
cui funzione, inizialmente, pare solo quella di far
svaporare nelle proprie brume l'empito con cui il
lussureggiante recitativo d'apertura si dispiega). A questa
mirabolante folgorazione giovanile segue
la Fuga
in sol minore composta 12 anni dopo.
Nel 1720 Bach si
trovava infatti ad Amburgo dove sostenne un'audizione per il
posto di organista presso
la Jakobikirche
; per l'occasione compose questo lavoro il cui prodigioso
virtuosismo (la parte del pedale è forse quella stessa
grazie a cui alcuni contemporanei rilevarono nei suoi piedi
l'agilità delle cinque dita di una mano) doveva 'fugare'
ogni dubbio sulla sua perizia d'esecutore, e di cui il
profilo del soggetto (alludente al motivo popolare "Ick
ben gegroet") era inteso ad omaggiare l'allora
97enne Jan Adam Reinken (componente della commissione in
quanto titolare uscente della carica per cui Bach si
candidava) che della stessa melodia aveva fatto uso nel suo Hortus
Musicus. L'audizione sortì infine entusiastico
successo, ma Bach rinunciò al posto offertogli per
divergenze in merito a dettagli economici. Ne resta il
soggiogante capolavoro della Fuga dell'opera BWV 542:
l'impianto fondamentalmente diatonico ne fa quasi un approdo
dell'inquieto divagare cromatico della Fantasia; ed il suo
soggetto da questa desunto (i fuochi melodico-metrici della
sua testa, Re/Sib/Fa#, sono la trasposizione della sequenza
melodica sottolineata dai primi tre accordi della Fantasia,
Sol/Mib/Si, pure ripetutamente riverberata dal moto del
basso del citato episodio imitativo) è un prodigio di
dinamica ritmico-melodica in cui l'impulso anacrusico
iniziale pare auto-rigenerarsi in un virtuale moto perpetuo,
come se questo soggetto traesse nutrimento dalla spinta
gravitazionale della discendente linea su cui si dispiega
(più ancora che un'anamorfosi barocca, una forma di
illusionismo cinetico di tipo escheriano) e ne irradiasse
l'animazione a tutto il tessuto contrappuntistico grazie
all'amplificante reazione di contrasto con la vigorosa
sontuosità del sincopato controsoggetto. Tutta la
composizione freme incessantemente di questa pervasiva
ebrezza vitalistica in una trama che si articola in ampli
moti respiratori definiti dal grado di densità lineare,
fino a giungere -dopo un parossistico acme fonico- ad una
sorta di seconda esposizione nella tonalità d'impianto
(verso il punto corrispondente alla sezione aurea del brano)
da cui prende avvio il tripudiante finale.
A
causa di mode musicali di orientamento opposto a quelli che
erano stati gli olimpici percorsi del genio di Eisenach, gli
imprescindibili tesori che Bach elargisce alle generazioni
future subiscono, nel periodo immediatamente successivo alla
sua morte, una fase di subsidenza nella considerazione e
circolazione che presso i musicisti stessi godono. Ed è a
causa di questo carsico occultamento che, ad esempio, non se
ne rilevano influssi di sorta nell'italiano Giovanni
Bernardo Zucchinetti (Novara, 1730 - Monza, 1801), che,
nonostante sia stato operante proprio a ridosso della morte
di Bach, ed abbia avuto un'attività strettamente legata
all'ambiente sacro (dopo gli studi condotti a Milano, nel
1755 fu nominato organista del Duomo di Varese, e dal 1757
fino alla morte occupò la stessa carica presso il Duomo di
Monza), ci lascia nei suoi due concerti per 2 organi la
testimonianza di un consapevole artigianato che però
dimostra maggior sensibilità per le seduzioni della
gestualità strumentale e le risorse dei giochi di
irradiazione spaziale di ascendenza gabrieliana, che per la
disciplina polifonica anche solo di derivazione
palestriniana.
La clavicembalistica levità di
Galuppi e
l'effervescente estroversione di Scarlatti sono infatti a
fondamento del pensiero musicale che informa
la Sonata
ò vero Concerto à due organi, lavoro in un
movimento che, pur nella convenzionalità degli assunti
schemi linguistici e formali, riesce ad offrire lo sfoggio
di una trovata strutturale insolita: la sua terza sezione
(ripresa) fa figurare il solo II tema, forse anche in
ragione di una certa similarità dei due motivi presentati
nell'esposizione (accomunati dalla cellula dattilica che ne
è la prerogativa ritmica più rilevante) che, già nello
sviluppo, fa configurare l'ipotesi di un graduale
trascoloramento del primo tema nel secondo. Più ordinaria
è invece la condotta del Concerto a due organi:
anch'esso, come il pezzo precedente, è sbalzato con un
sistematico ricorso alla dialogicità dei due organi 'ad
eco'; ma nello Spiritoso (primo dei due movimenti che
lo costituiscono) la più netta caratterizzazione dei due
temi dell'embrionale forma-sonata è ragione di una ripresa
in cui i due motivi vengono entrambi tradizionalmente
riprodotti nel tono d'impianto. L'Allegro che
completa il dittico, anch'esso in forma-sonata, attinge
entrambi i temi (ed altri elementi di raccordo) da varianti
del secondo motivo dello Spiritoso, quasi una
meditazione su quest'ultimo.
Effluvi
di stile galante si respirano anche nei temi della Sonata
per due organi di Luigi Cherubini (Firenze, 1760 -
Parigi, 1842), in effetti un crogiolo di elementi stilistici
per molti versi disparati che però trovano loro ragioni di
compatibilità in una forma di quasi alchemico
sperimentalismo, tanto più audace se si considera la
giovane età del compositore. All'epoca della composizione
di questo pezzo, siamo infatti ancora lontani
dall'autorevole figura del maestro fregiato dagli allori di Lodoiska
o di Medea, dell'artista che - per quanto additato
quale prosopopea di conservatorismo da Berlioz - verrà
osannato quale voce della più magnetizzante vigoria
drammatica da Brahms, ed in cui la storia ravviserà
l'anello di congiunzione tra la concezione drammaturgica di
Gluck e quella di Beethoven.
Nel 1780 Cherubini muoveva solo
i primi passi nella carriera di compositore lavorando come
assistente di G. Sarti a Bologna e Milano; qui, oltre a
scaltrire le sue competenze nel genere teatrale scrivendo
per il suo maestro arie di importanza secondaria per le
opere di contemporanea lavorazione, consolidò le nozioni di
contrappunto che erano state materia del suo apprendistato
fiorentino (e che peraltro l'avevano supportato in una già
nutrita produzione di musica sacra). Ed è la solidità di
questo magistero nella scrittura polifonica (conosciuta
attraverso le codificazioni di J. J. Fux) che costituisce il
contraltare alla leggiadria dei temi che incorniciano questa
composizione per due organi in cui forma-sonata e fuga si
intersecano. E' interessante notare come:
solare,
quasi garrulo, è il carattere del motivo d'apertura in cui
si reitera una medesima semifrase, che, articolando dapprima
la triade maggiore di Sol, plana lievemente verso la
dominante dopo aver ricamato volute di abbellimenti; la
sezione che ne scaturisce canonicamente approda alla
dominante... cui però non succede il previsto secondo tema.
Tutta questa prima sezione, affidata esclusivamente al 1°
organo, viene infatti interamente ripetuta dal 2°; e a
questo punto l'approdo a Re Maggiore - che non è ancora
foriero di un secondo tema- introduce un motivo
geometricamente scolpito che, attraverso inflessibili
triangolature scalari (mutuate da uno dei ricorrenti
stereotipi della precedente sezione) si profila quale
soggetto di un'austera fuga di granitica articolazione
eseguita dal solo organo 1°. Solo al termine di questa si
ritorna al clima 'galante' d'esordio con l'introduzione di
un secondo tema le cui affinità con il primo rasentano il
mimetismo. In questa seconda sezione tematica, a differenza
della prima, si riscontra una più dialogica interazione dei
due strumenti; ma ciò che segue, ancora con imprevedibile
cambio "di scena", porta -ben lungi che ad un
prevedibile sviluppo- ad un'altra monolitica sezione fugale
affidata interamente al 2° organo e basata sul soggetto per
moto contrario della prima fuga. Solo a questo punto, dopo
tanto ardita sequenza di radicali escursioni
espressivo-stilistiche, la forma si ricompone in un'ultima
sezione che, giammai riproducendo pedissequamente lo schema
della ripresa sonatistica, inverte rispetto a questo
l'ordine di apparizione dei due temi. Nel complesso, un
saggio di perizia artigianale al servizio di un immaginifico
progetto strutturale.
Comunque,
dove inequivocabilmente vediamo sublimarsi in pathos le
ultime angolosità scolastiche della condotta polifonica del
ventenne Cherubini, è nella versatile politezza del
seguente lavoro di Wolfgang Amadeus Mozart (Salisburgo, 1756
- Vienna, 1791). In effetti, ben prima della Bach
Renaissance cui verrà dato avvio circa mezzo secolo dopo,
nel 1782 Mozart (che da sempre aveva metabolizzato la
lezione di Padre Martini vedendo nella scienza degli
intrecci lineari una sorta di fenomenologia dell'espressività
musicale più che un accademico tirocinio grammaticale)
ancor più eleva il proprio geniale magistero
contrappuntistico al di sopra delle allora comuni
acquisizioni (derivanti in genere dalle cattedratiche
'traduzioni' dei polifonisti rinascimentali) in virtù di
un'inestimabile scoperta fatta nella biblioteca del mecenate
barone van Swieten: le partiture dell'Arte della Fuga
e del Clavicembalo ben temperato di Bach.
Le
conseguenze di questo illuminante incontro hanno un effetto
che feconderà qualsiasi cimento mozartiano da quella data
in avanti (dalla Fuga per due pianoforti K 426 alla
miracolosa architettura di palpitante cristallo che è
l'ultimo movimento della Sinfonia Jupiter, ed oltre):
Ein Orgel Stück für eine Uhr K
608 in
fa minore rientra a pieno titolo fra le opere più
ispirate di questa categoria. La peculiare denominazione di
questo lavoro riconduce immediatamente alla circostanza che
lo vide nascere a pochi mesi dalla morte del salisburghese.
L'orologio meccanico (contenente un organo!) cui è fatta
allusione era infatti uno dei peculiari marchingegni
custoditi dal vorace collezionista conte Joseph Deym von
Stritetz, quello stesso personaggio che si sostiene abbia
anche ricavato la maschera funeraria dell'ineffabile
salisburghese (e che ricomparirà anche nella biografia di
Beethoven quale marito di quella Josephine von Brunsvik in
cui alcuni identificano la misteriosa 'immortale amata' del
genio di Bonn): fu appunto von Stritetz a commissionare a
Mozart tre pezzi (gli altri sono l'Adagio e Allegro K 594
e l'Andante K 616) per altrettanti articoli del suo
museo. L'opera K 608 è decisamente la più elaborata della
triade: è una fantasia-polittico a struttura
approssimativamente simmetrica. Tutto il materiale tematico
ha la sua fonte nel motto (Do-Do-Sib-Lab, in ritmo puntato)
in cui consiste la seconda parte dello stentoreo inciso su
cui si basa l'introduzione; a questa segue una fuga in cui
il suddetto modulo discendente -trasposto ed in crome
uniformi- costituisce l'inesorabile, quasi monitoria,
seconda parte dello ieratico soggetto diatonico introdotto
da tre minime (una caduta di 5ta ed un sol ascendente di
passaggio), mentre il controsoggetto è un 'tremolo' in
crome caratterizzato da una mesta sfibratura semitonale.
Dopo una successione di progressivamente ravvicinate entrate
del soggetto per moto contrario, l'acme espressivo viene
raggiunto virando sul parametro armonico, con una
luminescente modulazione per enarmonia che riconduce
all'introduzione stavolta esordiente in fa# min. ed ancor più
iridescentemente screziata da arditi accostamenti armonici.
Alla sospensione sulla dominante segue la sezione centrale
del lavoro: una serie di variazioni su un tema in Lab
(ancora derivato dal motto discendente originario) di
onirica contemplatività.
Un altro apice sfocia ancora
nell'introduzione, che a sua volta riporta ad una fuga.
Questa ha medesimo soggetto della precedente ma il
controsoggetto viene aberrato nella sua prerogativa
semitonale, presentandosi ora come una serpentina di
semicrome di un abrasivo cromatismo. La selva di diminuzioni
ed inversioni tematiche trova apparente risoluzione ancora
una volta nella rocciosa perentorietà dell'introduzione,
che però non è altro che preludio ad uno stretto
'modulante' da cui prende l'abbrivio una vertiginosa coda in
cui il soggetto è rimpiazzato dal mulinare cromatico del
controsoggetto. Rispetto a Bach: un esempio di
reinterpretazione in senso drammatico del rapporto fra
soggetto e controsoggetto (lì di esaltazione
armonico-metrica, qui di opposizione espressivo-dialettica);
rispetto al giovane Cherubini: non un esperimento
strutturale di intersecazione della fuga con la forma
sonata, ma di rigenerazione drammatica della fuga per la
fecondazione con un principio dinamico allotrio.
E
solo all'ideale mozartiano può compararsi l'altrettanto
personale e feconda interiorizzazione della dimensione
contrappuntistica - incarnata dalla Alte Zeit
bachiana - che fu propria di Felix Mendelssohn (Amburgo, 1809
- Lipsia, 1847). In effetti la canovianamente
classicheggiante politezza del linguaggio mendelssohniano
(che quintessenziò nella propria opera gli approdi di un
aureo classicismo tardo-settecentesco) è stata talora causa
di una certa dubbiosità opacizzante il giudizio sull'opera
del compositore; fu però già Schumann, ben immune da
condizionamenti accademistici e guidato dal supremo ideale
estetico dell'anelito all'infinito, a ravvisare nell'avulsione
linguistica dell'amburghese non l'introflessione
dell'anacronismo ma l'assolutezza dell'atemporalità:
infatti ciò che pulsa nell'opera di Mendelssohn non è lo
slancio verso il superamento del reale attraverso la
tensione ed aggressione ad un linguaggio musicale (la
tonalità) che ne era metafora, ma la vivificazione di
un'idea della realtà di cui l'esaltato equilibrio del
sistema tonale veniva eletto a simbolo.
Questa è la ragione
per cui anche le sue 6 sonate per organo (scritte fra
il 1839 ed il 1845, contemporaneamente alla
visionaria II Sonata di Chopin ed alla seconda
raccolta degli Années de pelerinage di Liszt) sono
così inequivocabilmente romantiche nonostante il loro
radicamento nella più gloriosa tradizione del contrappunto
di Bach (del cui culto moderno Mendelssohn stesso fu
l'ufficiale inauguratore con la sua riproposizione della
Passione secondo Matteo nel 1829).
Decisamente rivelatrice
di un infervoramento bachiano è infatti la Sonata VI
in re minore op. 65, che ad ogni livello
devotamente compendia i principali capitoli della produzione
del vate di Eisenach: nel ricorso al corale d'esordio quale
centro generatore di tutto il materiale tematico successivo
(come nella secolare tradizione tedesca delle più
sofisticate elaborazioni su canto dato di ascendenza
luterana); nel riferimento al genere della fuga (di cui il
II movimento costituisce un esempio di floridezza discorsiva
che per Schumann stesso, in cimenti simili, rimarrà sempre
solo un'aspirazione); ed infine nell'omnipervasività del
principio della variazione, esplicito nelle 5 variazioni che
costituiscono il I movimento, e più sottile -fino alla
dissimulazione- nelle successive sezioni, i cui temi sempre
dal corale d'inizio sono desunti (anche quello dell'Andante
conclusivo, la cui sincope d'inizio equivale alla nota
ribattuta dell'avvio del corale, e la cui prima semifrase
non è che la variazione dei due incisi - mutati d'ordine -
che costituiscono il primo versetto del corale stesso).
Altra
visione rispetto a quella di Mendelssohn, è quella che
fonda il rapporto con l'eredità bachiana del quasi coetaneo
August Gottfried Ritter (Erfurt, 1811 -
Magdeburgo, 1885). Formatosi alla scuola di Hummel,
fra gli altri, diede prova di ammirevoli doti di interprete
ed improvvisatore che gli guadagnarono l'encomio di
"uno dei primi maestri di Germania" dallo storico
Salomon Kümmerle, il quale non esitava a profondere elogi
anche sulla sua opera di compositore. Ne possiamo
effettivamente constatare le ragioni nella terza delle sue 4
sonate per organo, le quali si nutrono non solo della
mirabile tecnica strumentale del Ritter ma anche di una rara
competenza che, come per Lübeck, abbracciò gli aspetti
meccanico-costruttivi dello strumento, nonché la sua storia
(Ritter fu anche autore del libro Zur Geschichte des
Orgelspiels, un testo che rimase per molto tempo
imprescindibile strumento di studio della tematica).
La Sonata N
° 3 op.
23 in
la minore è un elaboratissimo crogiolo formale
attingente ad una moltitudine di fonti: dalla fantasia
barocca alla sonata, dalla variazione alla fuga, nonché
alle tecniche della germinazione tematica e della ciclicità.
Ognuno di questi elementi viene considerato come a-storico
sito di un itinerario strutturale, e conseguentemente dosato
in base alle proprie potenzialità drammaturgiche di
interferenza tematica e propulsione formale, per la
definizione dei vari momenti di una costruzione di
stupefacente organicità pur nell'ambito di una mirabolante
eterogeneità di elementi costitutivi. La prima zona
tematica è introdotta da un monito costituito da un Mi
tenuto che viene perturbato da una saettante figurazione
definente l'ambito Do-Si-La-(Sol#), una terza minore con
escursione su quarta diminuita cui è improntato tutto il
materiale tematico successivo: tale ambito è infatti quello
che definisce il rapinoso tema successivo introducente una
sezione di fremente tensione. Un breve alone cromatico di
raccordo la fa sublimare verso un esteso recitativo in cui
le figurazioni precedenti paiono fluttuare in un'irreale
frammentazione... da cui riemerge il meditativo tema della
seconda sezione (che riproduce l'ambito di quarta del primo
tema, ma per moto ascendente), nel cui svolgersi fa la sua
comparsa un corale (ipotizzabile come il fulcro germinatore
dell'intero lavoro) in cui è evidente, dopo l'iniziale
salto di terza, un apice melodico che ripiega sul punto di
partenza dopo la definizione di un'ennesima scala
discendente di quattro note. Seguono rispettivamente la
chiusa della seconda sezione e la ripresa della prima.
Questa conduce ad una sezione cui è riconoscibile il ruolo
di sviluppo: un tema di tellurico vigore (sempre derivante
dal motto d'inizio) in possenti accordi dal ritmo puntato
racchiude quattro sue variazioni di cui la seconda è
nient'altro che la versione figurata del corale, mentre la
quarta ha come modulo elaborativo la rapinosa figurazione
del primo tema.
A questo tema e variazioni segue (dopo la
breve rievocazione del corale e del secondo tema) una fuga
il cui soggetto è ancora una volta la variazione del tema
accordale. In questa sezione il topos della
"ripresa" si diffrange nella sovrapposizione dei
temi I e II al soggetto, che si trasfigura nel moto sempre
più vorticoso delle spire di sedicesimi originate da questa
frizione propellente.
Come
l'espansione sintetizzante del figurativismo aveva portato
per 'paradosso progressivo' alla configurazione della
tonalità, così a cavallo tra '800 e '900 la pervasiva ed
altrettanto sintetizzante espansione degli itinerari
modulativi (in epoca tardo-romantica approssimativamente
ogni accordo rivelerà possibilità di confluenza in - o
appartenenza a - qualsiasi tonalità, per quanto remota)
porta per simile processo al respingimento di un ormai
saturante cromatismo e dei parossismi espressivi di cui era
fucina. Si inaugurerà così quella che a sua volta sarà
una sintesi a livello meta-linguistico: una forma di
manierismo consistente nell'adozione di alchimie
linguistiche attingenti a moduli idiomatici del passato
(classici o precedenti: i vari "neo[...]ismi")
rifratti grammaticalmente da una tonalità ridotta a
filigrana archetipica [o, nel caso di Schonberg, da
un'atonalità governata da un metodo che intendeva
restaurare l'ordine di una naufragata gravitazione tonale];
una sintesi, per così dire, di prospettive stilistiche.
In
questa temperie trova il suo alveo l'opera del maturo Paul
Hindemith (Hanau, 1895 - Francoforte, 1963). Tornando per un
attimo alla frase riportata all'inizio, con cui Hindemith
incomincia ad argomentare la sua avversione per il sistema
temperato (a causa delle deformazioni linguistiche cui a suo
avviso aveva condotto - la coeva atonalità -), è
interessante constatare come, proprio attraverso il testo
che accoglie queste affermazioni, Hindemith non faccia altro
che proporre un'altra forma di temperamento: un temperamento
dell'armonia in cui ogni accordo, rigorosamente classificato
in base al suo gradiente armonico, si fa strumento di
una sintassi tensiva capillarmente predeterminabile.
Il
rigore del sistema in questione diviene talora, in sede
pratica, sinonimo di schematismo: ma questo non è il caso
della Sonata II. Scritta nel 1937, proprio
nell'anno della pubblicazione della Unterweisung im
Tonsatz, questa composizione incarna non solo l'ideale
armonico delle sue speculazioni teoriche, ma - grazie anche a
questo - esemplifica pure quel generale processo di sintesi
stilistica cui si accennava, attraverso la creazione di
ambientazioni armoniche di tanto artificioso - ed al contempo
liquidamente duttile - arcaismo da far rientrare la stessa
prospettiva cronologico-stilistica (più o meno alterata
dalle frizioni con il parametro armonico) nelle risorse del
meccanismo sintattico dei suoni.
L'equilibrio di questa
funambolica dinamica dello straniamento (e non più della
metabolizzazione linguistica) governa l'intera composizione:
ad incominciare dal primo movimento, una sorta di
forma-sonata "simmetrizzata" in cui la prima
sezione tematica, ripetuta in conclusione, è cornice di una
serie di variazioni di suoi elementi (una delle quali
rievocante lo stereotipo del secondo tema) ruotanti attorno
all'asse di un'estesa variante di se stessa; mentre il
secondo tempo pare attingere all'inerzia ritmica di un
modulo di furlana per far riverberare nelle sospensive
risoluzioni armoniche il respiro frammentato di un ondivago
evolversi; fino ad arrivare all'ultimo movimento, una fuga,
epitome del venerato lascito bachiano, di condotta formale
relativamente convenzionale ma come congelata nell'avida
ricerca di un approdo (ad una risoluzione o ad una
lacerazione) invocato dal granitico soggetto, meta che però
svapora nel perenne differimento di un tessuto armonico
tanto vitalizzante quanto omogeneizzante. E' l'aspirazione
ad una definizione di identità attraverso le coordinate
della memoria... che, come esclusivo traguardo di quella
ricerca, rivela soltanto un'inesorabile lontananza.
Massimo Di
Gesu |
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