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[ Sali al livello sup. ] [ J. S. Bach e la matematica ] [ La musica dodecafonica ] [ Temperamenti a confronto ] [ La musica classica e il film muto ] [ Storia del Valzer ] [ Editoriale - ottobre 2005 ]
di
Gianmaria Griglio
Un
interessante articolo sulla musica dodecafonica e sul suo
inquadramento storico, anche come stimolo ad un dibattito
che vorremmo qui iniziare: scrivete a
rivista@classicaviva.com
leggi
l'importante ed interessantissimo dibattito che si è
sviluppato nel forum di Edumus
cliccando su questo link:
Molti dei nostri preconcetti riguardo la musica sono un
retaggio del tardo XVIII secolo: un periodo in cui la musica
tanto nelle corti quanto nei grossi centri urbani assunse
un'estetica ben precisa, una connotazione formale più
definita che mai. E' questo il periodo conosciuto come
periodo classico nella storia della musica, al quale
appartengono compositori come Mozart, Haydn e Beethoven,
pilastri assoluti del nostro dna musicale. Si sviluppò in
quest'era fertile per la cultura e le scienze un interesse
crescente per la storia, l'architettura, la filosofia e la
letteratura, per la cultura greco-romana in generale,
cultura che viene associata all'illuminismo, un'età legata
indissolubilmente all'uso della ragione, dell'empirismo, al
modellare il pensiero in modo conscio e razionale.
Tutto ciò si riflettè naturalmente anche in musica:
l'estetica musicale di quest'epoca trova una sintesi
perfetta, ad esempio, nella forma-sonata, con il suo
bilanciamento formale assoluto. Le regole della
composizione, si credeva, erano evidenti ed oggettive, e
pertanto assolute ed infrangibili.
Naturalmente ci pensò il romanticismo a porre una
battuta d'arresto a questo razionalismo imperante. L'idea di
una musica basata su regole oggettive ed inattaccabili
incontrò sempre maggiore scetticismo. Uno scetticismo
derivato in parte anche dai movimenti nazionalisti che
usavano l'arte per fare politica. Un cammino che portò,
partendo dal Prometeo beethoveniano e passando per i
Meistersinger di Wagner, alla formazione di un nuovo
concetto, quello dell'eroe. Walther, nei Meistersinger
appunto, è la punta più alta di questo atteggiamento di
libertà e soggettività e rende la musica veramente
espressiva per i suoi contemporanei con la rottura di ogni
regola.
Alla fine dell'800 l'estetica nazionalista, che peraltro
aveva favorito lo sbocciare di gioielli come le Danze Slave
di Dvorak o quelle ungheresi di Brahms, aveva sostituito
completamente l'estetica universale dell'illuminismo.
Ma, si sa, la tenaglia dei corsi e ricorsi storici non
manca mai all'appuntamento. E così cominciò a farsi strada
l'idea che la musica stesse diventando troppo popolare, nel
senso negativo del termine, investita di una leggerezza che
allontanava il pubblico dalla vita sociale e politica. I
grandi sconvolgimenti del XX secolo, la I guerra mondiale,
la depressione, l'ascesa del nazismo e la II guerra
mondiale, la paura dell'atomica e la guerra fredda, ebbero
il merito di risvegliare la coscienza degli artisti. Come
era possibile che l'arte fosse tanto distante dal mondo in
cui viveva? E come era possibile conciliare la composizione
con una crescente coscienza sociale e politica ed usare la
musica per risvegliare la stessa coscienza nelle masse?
Osservando la cosa dal punto di vista opposto si capisce
come la musica allora in auge, troppo leggera e popolare,
potesse in realtà sortire l'effetto di allinearsi
inavvertitamente con i regimi di Mussolini, Hitler e Stalin.
Divenne così imperante trovare un modo nuovo di
comporre. Situazione che si risolse nel 1920 quando Arnold
Schoenberg inventò la musica dodecafonica ossia
"un metodo di composizione con dodici note non
imparentate tra di loro".
La dodecafonia istituiva una serie di regole assai rigide,
che in qualche modo testimoniavano un rifiuto della mancanza
di regole del tardo romanticismo ed un ritorno al
razionalismo dell'età classica. La dodecafonia, per la sua
stessa natura innovativa e controcorrente, divenne
immediatamente il cavallo di battaglia degli antifascisti.
Il radicalismo musicale diventò sinonimo di resistenza
all'oppressione. Naturalmente, questa forma di opposizione
al regime venne notata e contrastata dai regimi stessi: la
musica di Anton Webern, uno dei massimi epigoni di
Schoenberg, fu giudicata come degenerata e bandita durante
l'occupazione nazista dell'Austria nel 1934. In Germania fu
bandita anche la musica di Alban Berg, altro
esponente della dodecafonia, allievo pure lui di Schoenberg,.
Luigi DallaPiccola, che pure non subì ritorsioni,
divenne nei secondi anni trenta uno dei più aperti e fieri
avversari del regime ed il tema della libertà fu una
costante della sua produzione musicale, come testimoniano i
"Canti di prigionia" (1938-1941), l'opera "Il
Prigioniero" (1949) e i "Canti di
liberazione" (1955).
La dodecafonia come insieme di regole compositive subì
naturalmente una sua evoluzione. Ma il radicalismo e la
coscienza sociale e politica di cui essa era intrisa rimase
in compositori come Luigi Nono, che partendo da un
linguaggio dodecafonico negli "Epitaffi"
(1952-1953) sviluppò un linguaggio tutto personale, pur
rimanendo sempre legato alla politica del suo tempo, con
opere come "Il canto sospeso" (1955) scritto su
frammenti di lettere di condannati a morte nel periodo della
resistenza, o "Non consumiamo Marx" (1969), o
ancora "Quando stanno morendo, Diario polacco n.2"
(1982).
Certo quel tipo di musica così difficile da ascoltare ed
in qualche modo scomoda, ha sortito per certi versi
l'effetto opposto a quello prefissatosi in origine: oggi è
realmente difficile trovare in cartellone un programma che
comprenda solo Nono o DallaPiccola. La musica come arte è
stata scalzata dalla musica come business. E dal momento che
l'obiettivo del business non è il risveglio politico o
l'educazione del pubblico all'accettazione di modelli più
complessi e forse non così orecchiabili come Mozart, ma
semplicemente l'incasso, ecco che molta musica non
commerciale esce dal cartellone, diventando un qualcosa di
nicchia. La corsa al successo immediato degli anni '80 ha
investito anche la musica, "educando" il pubblico
ad un livello sempre più basso ed omologato di esecuzioni e
rappresentazioni dozzinali e conformiste, tanto che si
assiste sempre più di frequente a concerti o
rappresentazioni di qualità più che scadente.
Nel panorama di impoverimento culturale cui siamo stati
abituati una nuova rivoluzione dodecafonica, che avesse come
obiettivo la lotta a quel tipo di omologazione che ci rende
tutti meno propensi a pensare e ragionare - e quindi più
facili da controllare - sarebbe quantomeno auspicabile.
Ciò che non sono riusciti a fare i regimi totalitari,
fanno oggi le cosiddette moderne democrazie, ma in modo più
subdolo: limitano le libertà personali e riescono ad
indirizzare le masse nella direzione in cui vogliono, senza
che esse neppure se ne accorgano. E lo fanno anche
diffondendo una subcultura che accontenta tutti e nessuno al
tempo stesso.
Una nuova rivoluzione dodecafonica sarebbe davvero
auspicabile.
Oggi più che mai.
Gianmaria
Griglio
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