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Durante
i primi 30 anni della vita del cinema, virtualmente ogni
proiezione veniva accompagnata con musica dal vivo. Ciò
significa che la visione di un film era per certi versi
un’esperienza simile al teatro, dove la rappresentazione era,
per usare due termini televisivi, una sinergia di ‘diretta’ e
‘differita’: da una parte il lato meccanico, a sostituire il
palcoscenico, e dall’altra il lato ‘live’, con i musicisti
fisicamente impegnati per tutto il corso della proiezione.
Eppure
una grossa differenza con il teatro puro c’è: durante uno
spettacolo puramente teatrale (intendendo uno spettacolo
rappresentato totalmente dal vivo in un teatro, o in una sala da
concerto), si crea una tensione crescente tra gli interpreti ed
il pubblico, essendo gli uni consapevoli della presenza degli
altri. La chiusura del sipario e gli applausi finali sono in
qualche modo lo sfogo di questa tensione. Una tensione che nel
cinema è impossibile raggiungere,
per la natura stessa del cinema, che non riesce mai a
coinvolgerci oltre un certo limite, mentre restiamo seduti nel
buio ad osservare passivamene le immagini sullo schermo. In
teatro, con il bello della diretta, può succedere di tutto, ogni
sera è diversa dalla precedente perchè gli interpreti sono
diversi, invecchiati anche solo di un giorno. Il cinema come
mezzo di riproduzione meccanico è sempre uguale a se stesso,
sempre perfetto.
Da
un punto di vista strettamente musicale, il cammino verso un
complesso ed emotivo approccio all’accompagnamento dei film fu,
senza sorprese, un processo graduale. I primi film venivano
accompagnati solamente da un pianista che solitamente
improvvisava mescolando brani popolari a stralci di pezzi
classici. Ad un certo punto i film cominciarono ad essere
distribuiti con indicazioni di cosa il pianista avrebbe
idealmente dovuto suonare. Già negli anni venti però, non era
raro incontrare nelle grandi città un film accompagnato da
un’intera orchestra. Dal momento che però l’improvvisazione
è impossibile con un’orchestra, le partiture complete per
musica da film divennero una necessità. Ed ancora queste prime
partiture si presentavano come un mix di brani popolari e
classici. Di solito i direttori d’orchestra che si
specializzavano in quest’ambito mettevano insieme la partitura
componendo loro stessi i ‘ponti’ tra un brano e l’altro.
Come si può immaginare il problema della sincronia non era certo
un problema da poco.
Infine
anche compositori di grande talento sperimentarono e spesero energie nella creazione di partiture per film. Anche se la cosa
non ebbe grosso sviluppo, almeno all’inizio, e presentò
diversi problemi: i compositori erano spesso ferrei nel volere
che si mantenesse l’integrità della loro opera, a cominciare
dall’orchestrazione. Il che presentava naturalmente un problema
logistico: con la distribuzione di un film in diverse città, era
impensabile che lo stesso tipo di orchestra potesse essere
presente ovunque. La cosa avrebbe inoltre gravato notevolmente
sul budget. Oltretutto, a seconda delle città, la proiezione
poteva venire organizzata più o meno in grande, il che rendeva
necessario il poter riadattare la partitura alle esigenze del
momento, cambiando orchestrazione, ensemble ecc. Inoltre la
musica veniva ancora considerata un elemento accessorio di una
proiezione, ed un qualcosa che qualunque rozzo mestierante
sarebbe stato in grado di fare a minor prezzo dei compositori di
razza.
Com’è
ovvio, il risultato di questo è che ben poche partiture per film
muti vennero scritte da grandi compositori: Camille Saint- Saëns
per “L’assassinat du duc de Guise” del 1908,
Richard Strauss per “Der Rosenkavalier”, Arthur
Honegger per “La roue” del 1923 e “Napoleon” del 1927,
Dimitri Shostakovich per “La nuova Babilonia” (che fu solo la
prima delle sue 36 partiture per il cinematografo, muto e non) e
pochi altri. Le partiture venivano oltremodo scritte a parte, con
il compositore che presentava il lavoro finito senza alcun
dialogo o costruzione dell’idea del materiale con il regista.
Uno
dei primi a capire l’importanza della musica per il film e
quindi quanto fosse importante una collaborazione tra compositore
e regista per poter ottenere la giusta sinergia fu Sergej
Eisenstein. Egli comprese fin troppo bene quanto la pantomima
sullo schermo potesse essere enfatizzata e sottolineata nei suoi
momenti peculiari da una musica costruita all’uopo. La
formalizzazione di questo pensiero si può apprezzare benissimo
nel film “Potemkin” del 1925. Edmund Meisel, il compositore,
lavorò a stretto contatto con Eisenstein, tanto da comprendere
in toto il profilo operativo del film nel suo insieme. Certo,
successivamente, lo stesso Eisenstein scrisse una famosa analisi
del proprio film, dividendo lo stesso in 5 atti, ciascuno dei
quali terminava con la chiusura del sipario. In un certo senso,
Potemkin fu scritto in modo da poter essere acompagnato con la
musica.
Naturalmente
anche altri registi si resero poi conto dell’importanza della
musica per il film, tanto che divenne uso comune avere un
pianista suonare durante le riprese del film per aiutare gli
attori a modellare la scena. Purtroppo il film muto era
condannato all’estinzione fin dall’inizio. Proprio quando
cominciò a svilupparsi infatti la Warner Brothers distribuì il
suo primo film con colonna sonora registrata, Don Giovanni
(1926). Molte partiture andarono così perdute, e altre, come
quella di “Der Rosenkavalier”, sopravvivono soltanto in
frammenti.
Negli
ultimi anni c’è comunque stata una tendenza al recupero del
film muto come arte in sé, il che ha riportato inevitabilmente i
riflettori anche sull’accompagnamento musicale. E’ del 2002
la ripresa di film come “Il gabinetto del dottor Caligari”
del 1919 e di “Metropolis” del 1926 nell’ambito di una
rassegna cinematografica a Palermo, entrambi accompagnati dal
vivo da un pianista, nella più pura tradizione del muto. E, più
indietro nel tempo, risale al 1981 la nascita de “Le giornate
del cinema muto” a Pordenone, divenuto ormai un appuntamento
fisso per tutti gli amanti e studiosi del genere. O ancora il
Bard Summerscape, nello Stato di New York, che dal 2003 ogni anno
presenta una rassegna di film legati al compositore attorno al
quale ruota il Bard Music Festival, e dove il muto è raramente
assente. Ed infine i lavori di compositori come Giovanni Renzo
sono fondamentali al mantenimento del genere. Forse si è giunti
un po’ troppo tardi per il recupero delle partiture originali
dei film muti, ma la presenza di realtà come queste ci fa
sperare che quelle recuperate, almeno, non andranno nuovamente
perdute.
Gianmaria
Griglio
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