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Tra canoni e isomorfismi: Johann S. Bach discepolo di Epimenide
di
Davide Rabacchin
Un articolo molto
interessante del nostro nuovo collaboratore Davide Rabacchin,
che vuol essere anche lo stimolo ad un dibattito
che vorremmo qui iniziare: scrivete a
rivista@classicaviva.com
Postdam 1747. E’ una tiepida serata di primavera. Bach
è giunto in città per trovare Carl Philipp Emanuel, suo
figlio e direttore del coro alla corte di Federico il
Grande.
Il re, amante della musica e lui stesso
solista di concerti per flauto, aspettava da tempo questa
visita. Sovente aveva sollecitato Carl accennando, in modo
discreto, al fatto che una visita del vecchio Bach gli
avrebbe fatto molto piacere.
Una volta saputo del suo arrivo,
Federico rinuncia seduta stante alla sua esibizione. Lascia
al vecchio Bach la libertà di improvvisare, suggerendogli
di volta in volta i temi da sviluppare.
Ritornato a Lipsia, Bach compose il
tema ricevuto dal re, a tre e a sei voci, e lo fece stampare
con il nome di Musikalisches Opfer, ovvero l’Offerta
musicale, il punto più alto raggiunto da Bach nella
tecnica del contrappunto.
Uno dei canoni più strani dell’Offerta è il “Canos per tonos” a tre voci, nel quale la voce più
alta espone una variazione del “Tema Regio” e le due
voci sottostanti sono un’armonizzazione del tema centrale.
La stranezza di questo canone sta nel
fatto che quando il tema giunge alla conclusione (o sembra
giungerci) non è più in do minore ma in re minore.
Ripetendo il processo si arriva alla tonalità di mi, poi
alla tonalità di fa e così via. Dopo un certo numero di
iterazioni ci si aspetterebbe di trovarsi ad una tonalità
più alta. E invece no! Ci si ritrova alla tonalità di
partenza; e così all’infinito. Queste modulazioni
successive inducono l’orecchio ad aspettarsi una tonalità
più alta rispetto a quella di partenza, ma dopo la sesta
modulazione ci si ritrova, non senza un forte capogiro, alla
tonalità di partenza. Dunque, salendo o scendendo da una
scala con organizzazione gerarchica, ci si ritrova al punto
di partenza.
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| Il capolavoro di Maurits Cornelis Escher
(1898-1972), "Salita e Discesa" (1960), nel quale file di
monaci salgono o scendono una scala chiusa in un ciclo infinito, su una costruzione che è impossibile da costruire, ma che è possibile disegnare solo avvalendosi di stranezze della percezione e della prospettiva. |
Dato che ogni “copia” del canone
conserva l’informazione originaria, cioè il tema
originario, è evidente che tale trasformazione – che mantiene l’informazione – è equivalente
al termine matematico di isomorfismo. E questo ci porta di
tutto punto all’interno di un universo semantico contiguo,
l’universo del numero, ovvero la mathesis. Contiguo. Ma
avremmo potuto dire speculare
visto che le strutture penta-dimensionali della musica hanno
un corrispettivo nel linguaggio della matematica.
In particolare, il canone utilizzato
nell’Offerta può
essere interpretato con il “Teorema
dell’incompletezza” di Gödel (questa è la tesi esposta
da Hofstadter in Gödel,
Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante).
Potrebbe sembrare assurdo, ma in questa
teoria, complessa e inaccessibile a non addetti ai lavori
per il grado di tecnicismo e di astrazione di cui si serve,
si formalizza un’intuizione, semplice ma robusta, che fece
la sua comparsa più di duemila anni fa.
La questione riguarda il famoso
paradosso di Epimenide, ai più conosciuto come “paradosso
del mentitore”:
…se Epimenide da Creta afferma: tutti i
cretesi mentono, allora Epimenide dice il vero o dice il
falso?
Non c’è soluzione di senso per
questa proposizione visto che in tutti e due i casi abbiamo
come unica possibilità una contraddizione. Infatti, se
Epimenide dice il vero, allora è ovvio che dice il falso;
d’altro canto se dice il falso, và da sé che sta dicendo
il vero.
È evidente a questo punto che siamo
all’interno di un circolo vizioso, un labirinto logico che
non ammette alcuna via d’uscita.
Non abbiamo bisogno di sforzarci molto
per trovare altri esempi di questo semplice ragionamento
circolare. Il primo ce lo suggerisce Bertrand Russell,
uno dei più importanti filosofi della matematica del secolo
scorso. L’argomento suona pressappoco così:
…in un villaggio dove tutti gli uomini
sono rasati, c’è un solo barbiere il quale rasa tutti gli
uomini che non si radono da soli. Orbene: chi rade il
barbiere?
Se distinguiamo gli uomini del
villaggio in due insiemi, quelli che si radono da soli e
quelli che si fanno radere dal barbiere, ricadiamo di nuovo
nella “reductio ad absurdum”.
Un ultimo esempio, più subdolo e forse
un tantino naif.
Leggete la proposizione che segue e stabilite se è vera o
è falsa:
“questa
proposizione è falsa”
Non preoccupatevi se comincia a girarvi la testa. È normale. Ci sono voluti decine e decine
di secoli per comprendere queste stranezze e per ricondurle
a forza in una logica di umana comprensione.
Kurt Gödel dimostrò che,
all’interno di un sistema matematico, ad esempio
l’aritmetica, è possibile derivare degli enunciati che
sono indimostrabili a partire dagli assiomi di base (ovvero
le regole grammaticali attraverso le quali è lecito
combinare le parole – ovvero le formule –
in modo sensato). Se si definisce una struttura
assiomatica come “coerente”, allora l’insieme stesso
degli assiomi sarà incompleto, cioè esisterà sempre una
domanda che non troverà risposta sulla base di questi.
Detta in altro modo la tesi di Gödel
suona grosso modo così: potete sforzarvi finché volete,
costruire senza posa le più astratte e perfette strutture
matematiche possibili, ma non c’è via di scampo poiché
ogni sistema matematico contiene in sé proposizioni
irrimediabilmente non decidibili. Questa proprietà viene
anche detta ricorsività e su di essa si è sviluppata buona
parte della logica-matematica contemporanea.
La
matematica nella vita e nella musica
Nonostante le apparenze, la ricorsività
non è un preziosismo tecnicistico creato da personaggi
strani e un pochettino disturbati, come potrebbero sembrare
a prima vista i matematici. Tutt’altro. La possiamo
trovare praticamente ovunque in natura: dalle formazioni
calcaree alla composizione musicale. E l’Offerta
di Bach è lì a dimostrarcelo.
D’altra parte i legami tra la
matematica e la musica sono noti da sempre: dalle teorie
orfico-pitagoriche degli antichi alle ricerche astronomiche
di Keplero.
È chiaro che non possiamo pensare alla
musica come ad una produzione cognitiva priva di rilevanza
conoscitiva, ma possiede quantomeno un significato che è
sovra-determinato rispetto alla comprensione che ne abbiamo
a livello percettivo. Forse, aveva ragione Leibniz quando
ebbe a dire:
“ascoltare la musica equivale
alla nascosta attività aritmetica di un animo che non è
consapevole di effettuare un calcolo, ma che ne percepisce
il risultato in termini di piacevolezza”
(G.W.
Leibniz, Die Philosophischen Schriften, a cura
di Gehrard,
Lorenz, Leipzig, 1932, pp. 605-606)
Davide
Rabacchin
Riferimenti
bibliografici
Hofstadter
D., “Gödel,
Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante” (trad.
it. Adelphi, Milano, 2001).
Nagel T., “La
prova di Gödel” (trad. it. Boringhieri, Torino,
1961).
Lucas
J.R., “Mind,
machines and Gödel”, in Philosophy 36, 1961.
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